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Una sera
di pioggia torrenziale a Catania, un poeta con tanti nomi, un percorso
tra musica, parole e immagini.
Le parole sono orizzontali come l'oceano che si perde, come la tabaccheria
e i suoi profumi, come Ofelia e il tempo, come i marinai e le lettere,
come il desiderio di perdersi tra le onde e quello di tornare. Orizzontali
non perché piatte, scandite da i rigurgiti del Tagos dal suo fluire
costante, contenuto, ma perché vive in un orizzonte illimitato,
che consente allo sguardo di specchiarsi.
Ode Marittima, dell'eteronimo di Pessoa Alvaro de Campos, è frastuono,
vociare di marinai, urlare di gabbiani, sussurrare di poeta.
Joao Grosso, attore portoghese assiduo frequentatore pessoano, ha vissuto,
appollaiato sulla sedia, quel percorso. Non letto, non recitato, vissuto.
Perché c'era dentro l'effeminato e masochista protagonista, desideroso
di farsi possedere dai marinai nerboruti, di sottomettersi al loro volere,
e il riflesso dei pensieri dell'uomo, che percorre a ritroso la nostalgia
e guarda il molo dalla finestra chiusa di casa sua.
E ad ogni cambiare di espressione e di lingua (si alternavano portoghese
e italiano), cambiava la musica di Stefano Zorzanello, che strillava con
il clarinetto come i gabbiani che volano bassi e le increspature del fiume,
o che si quietava con il flauto traverso e la risacca del mare. I suoni
che accompagnavano la musica, registrati dallo stesso Zorzanello durante
un soggiorno a Lisbona, cadenzavano le singole parole, le singole pause,
il singolo respiro.
E poi, in alto, le immagini di Carlo Lo Giudice, rallentate fino al parossismo
per creare una sorta di ostranenie, un'alienazione che rafforzava il senso
delle parole.
A fine spettacolo la gente è andata via parlando sottovoce, raccogliendo
i pensieri rimasti legati alla sedia.
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