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Ci sono
luoghi, a est della memoria, in cui le cose e le persone hanno un nome.
E ci sono posti, a sud, molto più a sud del tempo, in cui le persone
sono il Rosso, il Biondo, il figlio del Rosso, la vecchia.
E poi c'è un orso che ha tutti i nomi di quell'est lontano: Iuri
Anton Jon Stephan Scripcaru.
I nomi della memoria, di quella lasciata dietro le spalle su un barcone
in cui viene solo da vomitare e da avere paura, e in cui solo il papà
ammazzato può tenerti la mano e dirti che là, dall'altra
parte di tutto quel mare, c'è la felicità, ma non ora, non
subito.
E non ci si deve girare, non si deve guardare indietro. Perché
indietro ci sono rovine e macerie, ci sono cadaveri e polvere. Ci sono
bambini che sbracciano dentro una piscina, così vicini che li puoi
vedere mentre si tuffano disarticolati a cercare un appiglio nell'aria,
ma che non si accorgono che uno di loro è rimasto dentro tutta
quell'acqua e non nuota più.
C'è una sedia a dondolo che cigola avanti e indietro, lenta, e
tiene in braccio una vecchia, finché non smette di cullare, nel
silenzio di una casa senza più vivi.
C'è un'insegna rimasta in piedi, unica a ciondolare nella distruzione.
C'è tutto quel passato a cui dire "non sono io".
E in questo sud, in questo sud caldo e appiccicoso da morirci, c'è
un orso da nutrire con avanzi di mercato, da custodire, da nascondere,
da accudire perché diventi un orso volante, l'unico che possa permettere
agli uomini di far girare il mondo al contrario.
Lo vuole un bambino, lo vuole una vecchia, lo vuole una biciclettaia,
lo vuole l'unico uomo che in quel sud abbia un nome.
E forse lo vuole un paese stanco di non credere, di restare fermo nei
pregiudizi e nell'incapacità di cambiare, convinto di aver nutrito
quel sogno con la propria spazzatura.
Forse lo vuole. O forse no.
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