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Jurnateri - Daniele Sepe

L'umanità colta nei momenti più deboli, foto scattate quando nessuno è in posa e si affanna a guardare da qualche altra parte, piccole storie che il vento ha portato alle orecchie di tanti, ma che i tanti hanno scacciato come mosche fastidiose.
Ma che qualcuno ha sentito e ascoltato e ha reso note i sussurri del vento nel deserto.
Un gioco di strumenti che accompagnano le voci, diventate musica, a volte poco melodiche, roche per una tosse da fumo che graffia la gola, ma non fa cessare la voglia di cantare.
Un canto dalle mille voci, dalle mille note, dall'unico pensiero.
Poco importa che sia Viviani o tradizionali bretoni, Ignazio Buttitta o tarantelle calabresi, tutte diventano un unico canto, nate da un'unica mente, che non si stanca di girare, sentire dentro, creare e reinventare il modo di fare musica.
E nascono i pezzi di Jurnateri, tinti del sapore acre degli angoli del mondo che diventano angoli della mente che si agitano per non lasciare che la polvere li renda pesanti, pezzi di vite che si intrecciano e che si scontrano con il sole che abbaglia, ramoscelli al vento come Sante Caserio di Pietro Gori, che ondeggiano alla voce fluttuante e simile alle onde dentro il porto di Auli Kokko, onde che narrano di giovani sprezzanti della morte e della vita, onde strette che lamentano morti di dolore, onde lunghe che arpeggiano sul lamento di amori piegati per una terra, per una donna, per un ideale, piegati ma mai spezzati, se ancora vivono sulle labbra di chi ne fa canto e urlo e ninna nanna.
Greci, calabresi, inglesi, napoletani, bretoni e siciliani, allacciati fra loro da un ideale, dalla dimensione del rifiuto, dalle parole antiche come il tempo eppure così vicine a quel sogno che continua a scorrere negli occhi chiari del capo mastro.
E Jurnateri ha la forza della musica che può far girare il mondo al contrario. Se solo si riesce a cantare "contro".
Come Conosci Victor Jara?, anche questo è un disco che significa memoria, coscienza, vita da urlare contro la morte.
Perché Jara non è morto, perché Allende parla ancora, perché Turiddu Carnavali cerca ancora la libertà sotto la grande croce, perché Sante Caserio si innalza ancora vendicatore dei senza voce dispersi nel tempo dei parolai.