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É
un figlio che non è suo, che non può essere figlio di chi
ha creduto, urlato, vissuto, sentito.
Ma è
pur sempre suo figlio.
Reiterato,
in una preghiera a due voci, in un'invocazione senza soste, in un canto
dalla voce bassa e spezzata.
Un tempo bersagli della sua polemica acre, i ragazzi sapevano tutto, si
credevano signori del mondo, sputavano nel piatto, ma ci mangiavano, se
poi avevano fame.
Arroccati nei loro "io lo so" urlavano e combattevano.
Erano incoerenti e prepotenti, solo disturbo per i suoi figli, che invece
piangevano.
Figli di quel padre che aveva urlato e cantato, ma che poi aveva cambiato
pelle, non pensieri.
Eppure non poteva non ammettere che quegli stessi ragazzi credevano.
Il fiume
è passato e ha levigato i ciottoli.
Adesso i ragazzi sono angeli che si strappano il cuore in amore e in disamore,
che si distruggono, che vivono forte ma senza sapere perché, che
non sentono, che non credono.
Soli, incapaci di imparare i cori, malinconici.
Nella quiete della maturità, la polemica si sposta sulla mitraglia
di parole che gli adulti scarica loro addosso, che li fa rintanare e nascondere
nel silenzio di pensieri indecifrabili.
I padri che si parlavano addosso, applaudendosi, hanno generato figli
senza voce.
Impauriti ed incerti, non sanno in quale antro remoto si sia fermato il
senso delle cose a riposarsi per la lunga corsa, a dissetarsi.
Non trovano il segno, si fermano, lasciano i treni fermi alla stazione,
credono a chi li dà perdenti, si lasciano ammansire, non vedono
i sogni.
E l'adulto, sprofondato in un ruolo che conosce poco, deve insegnare loro
come si fa. Come si fa a comprendere le imperfezioni della vita e amarle,
come si fa a credere che vincono coloro che perdono, ad insegnare le stelle,
a comprendere l'arte fino a farla diventare parte di sé, a spiegare
che non conta il torto e la ragione. Quell'adulto che si specchia in loro
non per riconoscere i suoi tratti, ma per vedere "dove ti assomiglio",
quella stessa smania di somigliare alla figlia di molti anni prima "a
volte guardo se ti rassomiglio", in un rovesciarsi di piani per rendere
il dubbio, l'incertezza, la paura di avere sbagliato, di non essere capaci
di avvicinarsi a quegli esseri imperfetti e assoluti che si possono comprendere
solo per brevi istanti.
E non è dall'alto di una consapevolezza che sorge la necessità
di lasciare un'eredità, un sogno, una parola, un foglio, ma dall'urgenza
di rendere "nobile il primo piano", a chi ha "l'infinito
nelle mani".
Le risposte dei ragazzi sono intessute di silenzio, di assenza, di affermazioni
solo pensate, mai urlate, mai ammesse, forse per noia, forse per mancanza
di interlocutori.
Per la paura di ammettere "che non credo a niente".
E dal tempo
lontano riemergono i padri uccisi dai figli, da Crono a Laio, e riaffiorano
con la coscienza intatta del destino a cui non possono sottrarsi.
Ma quei padri combattevano il fato per poi cedergli sfiniti e sconfitti
perchè ineluttabile, questi padri hanno invece compreso le volute
del destino e, pur essendo consapevoli di poterlo modificare, di potersi
girare come Orfeo, e lasciare Euridice alla morte, scelgono di sussurrare
"figlio so che devi colpirmi a morte, e colpire forte"
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