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"È
pericoloso aprire varchi nel muro dell'abitudine. Con ostinazione ho messo
barriere agli stimoli eloquenti, ma la breccia si è aperta di colpo
per un improvviso cedimento delle resistenze
"
Inizia così, con una lettera, questo romanzo delicato e intenso,
palpitante di storie da raccontare e da proteggere.
Era il 1996 quando Valeria Alinovi, giornalista e scrittrice, ha avuto
l'opportunità di seguire il processo di dismissione dell'Ospedale
Vittorio Emanuele di Nocera Inferiore, un manicomio. Una dismissione anche
semantica: manicomio era una parola da cancellare, dimenticare, sostituire
con una meno forte, meno cruenta, che non ricordasse la violenza e la
sopraffazione, la lesione dei diritti dell'uomo a cui invece quella era
legata.
All'interno della struttura c'erano ancora cinquecento persone a cui trovare
una sistemazione, e c'era ancora quel tanfo e quel puzzo, c'erano quelle
sbarre e quei cancelli che fermavano l'aria e la colpivano, se cercava
di entrare.
C'erano storie da raccontare, c'erano soprusi e raggiri da denunciare,
violenze fisiche e psicologiche da mostrare al mondo dei "sani",
vite scippate per convenienza e soldi, esistenze rinchiuse da riportare
alla luce.
Storie ricostruite attraverso cartelle cliniche, attraverso parole, sguardi,
piccoli gesti, contatti fugaci o costanti, storie diverse tra loro, osservate
e descritte con straordinaria delicatezza, con il rispetto che si riserva
al sacro.
E poi c'era Nevespina. Un'ombra che segue, uno spettro che impaurisce,
una mano che consola. Un alter ego che protegge dalla pazzia attraverso
la propria pazzia, che accomuna la "normalità" con la
follia.
Ma si è aperto un varco nel muro
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