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I dieci comandamenti di Raffale Viviani

"…e allora captatio emotivamente corrette: bambini simpatici che porgono fiori al Dimissionario, attori che scendono in platea…"
Mi riferisco all'articolo, pubblicato sul numero 3 de L'Espresso, gennaio 2001, di Rita Cirio su "I dieci comandamenti" di Raffaele Viviani, portati in scena all'Argentina di Roma.
Leggendo non ho potuto che provare una sorta di tenerezza nei confronti di chi ha assistito ad uno spettacolo teatrale, ma non ha potuto vedere "dentro" e "oltre".
Io sono stata una spettatrice ebbra di emozione e di "compassione" (nel senso etimologico del termine) di un giorno di prove de "I dieci comandamenti".
Una tizia che andava a contemplare qualcosa o qualcuno, capitata lì proprio il giorno in cui è nata l'idea di far scendere gli attori in platea, dopo l'ultimo quadro.
E allora ho seguito i pensieri di Martone, li ho ritrovati negli attori che rispondevano alla proposta, dubbiosi, entusiasti; ho rincorso gli sguardi e i commenti, le tavole di legno che facevano fatica ad essere trasportate per la pesantezza, i problemi tecnici che quelle assi comportavano all'orchestra, proprio sulla testa di Enrico (Del Gaudio), il disporsi tradizionalmente voluto "prima uomini, poi donne e bambini" a scendere da quel palco; ho letto negli occhi il sorriso per un'idea che si materializzava e diventava forma, qualcosa che significava "scendere" come si era "saliti", modellata sulla volontà del Maestro (Daniele Sepe) di unire la fine all'inizio, come un filo che non si spezza.
Accovacciata nella mia poltrona in terza fila avevo chiaro il senso delle cose.
E vedere la costruzione di quello che di lì a 10 giorni sarebbe stato uno spettacolo per il pubblico, che lo avrebbe trovato già bello e confezionato, (mentre io lo vedevo nascere), mi ha dato la certezza che non sarei mai andata ad assistere alla rappresentazione.
Perché io l'avevo visto già, ma nella mente di chi lo stava vivendo, di chi lo stava inseguendo come un sogno, di chi aveva dentro al pugno il suo senso.
Essere lì quando ogni incertezza sarebbe stata risolta, ogni dubbio chiarito, quando ogni voce sarebbe stata perfettamente a tempo, quando il Maestro, munito di bacchetta da direttore, non avrebbe sorriso più, con gli occhi tersi, fumando, all'urlo "Viva l'Italia" o non si sarebbe più arrabbiato costringendo a ripetere ogni cosa cento e più volte finché non fosse stata perfetta, o non avrebbe più scherzato sui caschi blu…allora non avrebbe avuto alcun senso: non sarebbe stato il "mio" spettacolo, ma quello di tutti.
Tutti quelli che, seduti sulle loro poltrone guardavano, ma senza comprendere a fondo ogni gesto, ogni movimento.
Per me resta sempre così, in fieri, bello e imperfetto.